25 febbraio 2011

Carissimi,

 il manto di neve ha coperto più volte il frutteto, il bosco e l’orto; tutto è avvolto da una coltre bianca: è un magnifico piumino che fa riposare la madre terra. Guardando questo spettacolo stupendo ci si commuove pensando che dopo il sonno dell’inverno tutto incomincerà nuovamente a germogliare, a fiorire, a crescere e a portare frutti.
 In questa società in cui per forza bisogna correre per produrre e per consumare, non si ha più tempo per contemplare il dono stupendo che è la natura. Quando poi pensiamo alla violenza che si fa alla natura, ammorbandola con veleni (prodotti del nostro consumismo) che saranno smaltiti tra centinaia o forse migliaia di anni, ciò rattrista il cuore.
 Questa madre terra oggi ha bisogno più che mai di persone che se ne prendano cura, che la proteggano dalla violenza della società attuale.
 I nostri ritmi, a causa dell’inverno e in modo particolare della neve, sono un po’ diminuiti a beneficio di un maggior silenzio, di una maggior preghiera e di una ricerca di maggiore essenzialità. Di tutto questo ne ha tratto beneficio il nostro cuore che è ancor più sereno.
 Continuando la nostra riflessione sul Pater, desideriamo in questa lettera soffermarci sulla frase: “sia santificato il tuo nome”.
 E’ bello quando qualcuno ci chiama per nome. Possiamo trovarci in mezzo a una grande folla, ma sentire che qualcuno ci chiama, chiama proprio noi, sottolinea la nostra unicità, riafferma che non siamo massa, che possiamo avere relazioni con qualcuno che ci riconosce e ci considera per quello che siamo. Questo chiamare per nome è ancora più significativo all’interno delle nostre famiglie, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici.
Il nome porta in sé una storia di vita e non lo si può ridurre a semplici funzioni quali: padre, madre, figlio, dottore, prete…Molte volte si sente dire: “Vai da tuo padre o madre, sono andato dal prete, dal dottore, dal meccanico…” tutte frasi che indicano la funzione, ma non la relazione; è dicendo il nome della persona che indichiamo quale relazione abbiamo con essa, in bene o in male. Nel rapporto di coppia prima ci sono i nostri nomi, che sono l’espressione della nostra storia, del nostro evolvere, che portano in sé tutta quella carica affettiva e di amore che ha permesso alle persone di incontrarsi, di unirsi, di progettare delle cose insieme e di aprirsi alla vita. Quando le relazioni si riducono alle funzioni genitoriali vuol dire che il rapporto di coppia è già morto, perché lo specifico di ciascuno, che ben viene espresso dal nome proprio, passa sul sottofondo rispetto ai ruoli genitoriali che definiscono una parte limitata e circoscritta della persona stessa (sono madre o padre di..). Se non coltiviamo, nella continuità, il nostro essere più profondo che ci aiuta a definirci in maniera dinamica non potremo mai dare piena espressione di quello che siamo e che il nostro nome dovrebbe rappresentare e quindi men che meno essere interlocutori attivi e propositivi all’interno del rapporto di coppia, di amicizia e di amore.
Il nome porta in sé una dinamicità di vita.
Il nome è inscindibile dal nostro vissuto; pronunciato in questo momento, non è più uguale a quello pronunciato mesi fa.
Molte volte quando degli amici si incontrano dopo molti mesi o anni ricordano i fatti vissuti insieme nel passato, dimenticando che essi non sono più quelli di allora ma che il tempo e gli avvenimenti li hanno modificati. Quando si divide il nome dall’evolversi della vita non si riesce a capire pienamente l’altro; questo avviene anche nel rapporto genitori – figli. Quando “Paolo” rimane sempre il “mio bambino” di cui devo occuparmi, anche se “Paolo” ha 14, 18 o 30 anni, non riusciremo a dare pieno significato al suo nome e alla sua vita perché la relazione con “Paolo” non esprime conoscenza, capacità di riconoscere, valorizzazione, ascolto ma rimane solo e sempre una relazione accuditiva che presuppone che chi cura sa quali siano i bisogni e le necessità di “Paolo”, provocando una castrazione nell’evoluzione del figlio.
Nella relazione con Dio noi non riusciremo mai a pronunciare pienamente il suo Nome perché non possiamo conoscere la sua essenza, la sua intimità, solo Gesù, il suo Figlio amatissimo, ci ha dato la possibilità di conoscerlo:

“Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato”      (Gv. 1, 18)

Riusciamo a cogliere le meraviglie del suo Nome quando, sulla scia delle indicazioni date da Gesù, riusciamo a capire che lui è Amore. Noi non ti conosciamo, o Dio, e non conosciamo il tuo Nome, la tua Essenza ed Intimità, ma attraverso tuo Figlio Gesù ci hai fatto conoscere chi sei: un Amore che crea comunione, che libera, che dà dignità.
E’ nella notte di Pasqua che il popolo ebraico conobbe il Nome di Dio perché si rivelò come Colui che prese quelle povere tribù schiave del faraone per liberarle, elevarle a una dignità impareggiabile perché avrebbero custodito e annunciato la sua parola e a condurle alla Terra Promessa:

“Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele.” (Es. 3, 7-8)

Così Gesù nella sua Pasqua manifesta il suo nome come liberatore, non solo di un popolo ma dell’umanità intera, e non solo come liberatore da una persona quale era il faraone ma dal male più profondo del cuore dell’uomo come ben descrisse il profeta Ezechiele:

“Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez. 36, 24-26)

Questo annuncio descritto sia nel libro dell’Esodo che nel libro di Ezechiele e realizzato da Gesù con la sua morte e risurrezione, ci dona la certezza che ciascuno di noi, oltre ai mali che lo circondano, può passare attraverso le proprie fatiche e i propri limiti per potersi innalzare su posizioni che annunciano libertà e orizzonti nuovi tutti da vivere perché Gesù morendo scende fino agli inferi, passando attraverso il male per aprirne le porte,  e risorgendo  ci innalza alla Vita per sempre. Forti di questo grande dono, noi siamo chiamati a percorrere, nel nostro piccolo, questo cammino, che Gesù ha fatto per tutti, e che ciascuno di noi è chiamato a fare per sé e a diventare testimoni che ciò è possibile per chi ci sta intorno.
E’ in un cammino liberatorio che conosceremo il Nome di Dio e, nello stesso modo, anche il nostro nome e il nome delle persone che ci stanno accanto.
Ed allora quando amiamo con l’amore gratuito di comunione, che è proprio di Dio, rendiamo santo, cioè perfetto, ciò che facciamo, anche la più banale o semplice delle nostre azioni.
L’Amore che esprime l’intimità del Nome di Dio viene manifestato nella sua bellezza e quindi è reso santo quando nella nostra vita, come singolo, come coppia, come famiglia o come comunità, realizziamo un cammino liberatorio che ci permette di vivere con amore creando attorno a noi pace, giustizia, consolazione, semplicità, purezza di cuore.
Questa riflessione ci ha aiutati a comprendere ancora di più quanto sia bello il nome di ciascuno di voi tanto che in questo momento avremmo desiderio di pronunciare il vostro nome con la pienezza di significato appena descritta.

Vi auguriamo un buon inizio di cammino quaresimale e vi salutiamo con l’affetto di sempre.

       Don Gianni e Milva

Informazioni aggiuntive