25 marzo 2011

Carissimi,
 la primavera avanza trasformando l’ambiente che ci circonda e colorando in modo stupendo e meraviglioso prati, boschi e alberi da frutto.
 Ogni anno si rinnova questa meraviglia nel silenzio e nella discrezione diventando un segno così diverso dai nostri modi di fare di oggi che, finalizzati all’ apparire, non possono fare a meno di interviste e di televisione, situazioni lontane dalla bellezza e stupore.
 E’ contemplando questa natura che sempre di più desideriamo il silenzio e la discrezione nel nostro cuore cercando di lavorare su noi stessi per superare l’inverno dello spirito fatto di apparenze, superficialità, supponenze, egoismi, grettezze per far fiorire anche in noi quell’amabilità che diventa tenerezza e amore e che non ha bisogno né di pulpiti e né di televisione.
E’ una natura che vuol regnare ed essere presente per l’uomo nella sua armonia e bellezza a diversità dei nostri regni che sovente costruiamo fatti di piccoli o grandi poteri che difendiamo atrocemente e che diventano dannosi per le persone che ci stanno accanto. Ed è proprio traendo spunto da queste osservazioni che la nostra lettera vuol proporre una riflessione sulla frase del Pater che dice: “venga il tuo regno”.
Ci auguriamo che queste riflessioni possano scendere nel vostro cuore per aiutarvi a conoscere sempre di più il grande amore che Dio ha per ciascuno di noi e la bellezza del  vivere e del relazionarci con l’altro.
Il desiderio di possedere e di regnare sull’altro è così radicato in noi che se non si sta attenti può rovinare non solo relazioni molto profonde, quali possono essere quelli tra un marito e una moglie, tra amici o relazioni all’interno delle comunità religiose, parrocchiali e sociali, ma anche la stessa relazione con Dio.
Con la scusa che si vuole amare si può soffocare l’altro con una modalità che gli impedisce  di crescere e di trovare una propria identità, di diventare autonomo.
Il desiderio di avere a nostra disposizione “un regno forte” è stato richiesto dal popolo ebraico a Dio perché era stanco di dover subire vessazioni e soprusi dai popoli che lo circondavano pensando che in questo modo avrebbero risolto i loro problemi; tuttavia ben presto si accorsero che i loro re avevano costruito regni di ingiustizia e di violenza. Con il crollo della monarchia davidica nel 587 a. C. e la deportazione degli ebrei a Babilonia si spense il sogno che i re di Israele instaurassero quel “regno di Dio” portatore di pace, giustizia e verità.
Gli apostoli stessi al seguito di Gesù pensavano che il Messia avrebbe instaurato un regno sullo stile del re Davide. Pensiamo che la delusione che ne seguì con la morte di Gesù in croce sia stata tremenda poiché fece crollare tutti i loro sogni; eppure nelle parole di Gesù troviamo le basi per qualcosa di completamente nuovo, per far sì che i rapporti tra le persone siano diversi. Ma che fatica capire questo! La testa degli apostoli era proprio dura, non solo la loro, ma anche quella dei loro successori non fu da meno quando lungo i secoli fino ad oggi tentarono in vario modo di acquistare potere, onori, privilegi. I risultati furono sempre gli stessi: un disastro.
Dove sta allora la novità del “Regno di Dio”?
Sta nella centralità della persona che ama con la modalità dell’Amore di Gesù: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv. 15, 12)
Questo Regno di Dio parte dall’individuo e dalla sua capacità ad amare e si allarga a macchia d’olio unendo altre persone attraverso legami fraterni che creano comunione di cuori. Per poter far questo è necessario che ognuno rinunci ad essere al centro di tutto, ad essere il primo e il più importante. Questo è difficile da realizzare perché il voler regnare sugli altri è più forte di noi.
E’ vivendo la prima beatitudine: “Beati i poveri per lo spirito perché di essi è il regno” (Mt. 5, 3) che permetteremo al mondo che ci sta attorno di percepire e di vivere delle modalità che non nascono dal potere e dal possesso, ma dall’aiutare il singolo e le persone che ne vengono a contatto a sentirsi libere, accolte, sostenute e accompagnate nei loro percorsi, capaci di prendersi per mano e di sostenersi concretamente sia nelle piccole che nelle grandi difficoltà della vita. Sono questi percorsi che permettono di sperimentare quanto sia bella la fraternità evangelica e quanto sia bello essere Chiesa. Questo modo di essere Chiesa non ha paura del mondo di oggi e di confrontarsi con persone di altre religioni o credi perché porta in sé una vitalità che non nasce dall’apparire ma da una relazione tra le persone che permette ad ognuno di essere pienamente se stesso. E’ una modalità che non vuol convertire ma che desidera testimoniare un amore che si fa dono, misericordia e tenerezza. “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come tu hai amato me”(Gv. 17, 23)
E’ da questa nuovo modo di porci con gli altri che avverranno dei cambiamenti radicali nella nostra vita o nei nostri ambienti.
 Nella preghiera di Gesù del Pater questo “venga il tuo regno” è una richiesta pressante che Gesù fa al Padre suo, che sia Lui a creare nel cuore delle persone modalità nuove.  I suoi apostoli ma anche tutti noi continuiamo a cercare sempre i primi posti, a desiderare raccomandazioni umane e spirituali, a volere a tutti i costi di essere i più bravi e i primi; tutte modalità che l’uomo porta dentro di sé e che soltanto lo Spirito di Dio potrà illuminare l’intimo facendo scaturire il desiderio di un amore che crea attenzioni all’altro. Certamente più le strutture famigliari, sociali, ecclesiali sono verticistiche e rigide e più è difficile realizzare questo “venga il tuo regno”.

Uniti da questo spirito che crea legami affettivi, amicali, fraterni vogliamo invitarvi a vivere questo periodo come preparazione ad un cambiamento radicale della nostra vita. E’ un invito ad uscire dai nostri sepolcri fatti di grettezze, di egoismi, di chiusure e di rivalità per poter sperimentare modalità nuove di rapporto che creino gioia, serenità e pace.

Un caro abbraccio e a presto.


       Don Gianni e Milva

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