Piano Stefano

25 giugno 2011

Carissimi,

      mentre prepariamo questa riflessione sulla frase del Pater: “dacci oggi il nostro pane quotidiano” il nostro cuore e la nostra mente sono proiettati verso due momenti importanti del mese di giugno, l’incontro con Paolo Mirabella e la serata del 25 dove musica e fiabe ci  aiuteranno a sognare realtà nuove nella nostra vita.
     Questo aspetto del sognare è fondamentale per poter realizzare cose nuove tali da cambiare profondamente o la nostra vita o l’ambiente in cui noi viviamo; se non si sogna siamo destinati a essere delle persone sconfitte sia a livello sociale che spirituale. Diventiamo vecchi nel cuore e nello spirito.
      Ci piace molto l’inizio del salmo 126:

“Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion,
ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso,
la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.”.

     Fu un sogno stupendo che si tradusse in realtà anche quello della liberazione del popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Il popolo ebraico nel cammino verso la Terra Promessa dopo la liberazione dalla schiavitù, ricevette in dono la “manna”, cibo che serviva per il sostentamento quotidiano. Nonostante questo dono, innumerevoli furono le rivolte contro Mosè e il Signore; fu un pane donato che non cambiò il loro cuore.
 
“Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro : ‘Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine.
Allora il Signore disse a Mosè: “ Ecco io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno” (Es.16,2-7). 

    Del resto anche oggi i genitori donano tanto ai figli, ma non sempre quei doni cambiano il cuore. Anche nelle parrocchie vengono offerti tanti servizi ma non sempre essi cambiano il cuore. Sempre durante il cammino nel deserto al popolo ebraico venne donato un altro cibo straordinario: il dono della legge con un’alleanza eterna tra il Signore e il suo popolo. Anche questo cibo ben presto venne dimenticato.

“Il popolo vedendo che Mosè tardava a scendere dalla montagna, si affollò intorno ad Aronne e gli disse: ‘Facci un Dio che cammini alla nostra testa’. Aronne rispose loro: ‘Togliete i pendenti d’oro che hanno agli orecchi le vostre mogli e le vostre figlie e portateli a me’. Egli li ricevette dalle loro mani e li fece fondere in una forma e ne ottenne un vitello di metallo fuso. Allora dissero: ‘Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese di Egitto” (Es. 32,3-4).

    Nel rileggere quelle pagine della Bibbia  ci sembra di vedere quella massa di ragazzi che, terminato il catechismo con le celebrazioni dei vari sacramenti, dimenticano tutto a dimostrazione che il cibo ricevuto precedentemente non è stato assimilato, non è sceso nel cuore.
   La società oggi propone migliaia di altre occasioni più interessanti di cui cibarsi: dal piacere di mangiare a quello di divertirsi, dal piacere di possedere sempre di più a quello di apparire, dal piacere di primeggiare a quello di essere unici. Queste modalità oramai sono talmente radicate che hanno stravolto i rapporti tra le persone, tra le famiglie e all’interno della società stessa portando  un grande individualismo. Il piacere deve essere presente nella nostra vita per poter vivere e amare ma non può essere un pane di cui ci cibiamo in esclusiva perché altrimenti crea sofferenza per noi e per gli altri: deve essere un pane condiviso.
    Il piacere è il motore della nostra vita: esso ci permette di crescere, di conoscere e di amare. Perché non diventi motivo di individualismo, alimentando tristezza nella persona e negli altri, deve essere condiviso; più il piacere è allargato a molti e più diventa un bene, un pane quotidiano.
    Un altro pane di cui si nutre molto l’uomo di oggi è quello del sapere, del conoscere: si cerca  di aiutare le persone a conoscersi meglio attraverso cammini terapeutici, si cerca di conoscere il coniuge o di conoscere i figli. Innumerevoli sono i libri scritti su questi argomenti in questi ultimi anni. Si cerca di conoscere meglio la propria fede con percorsi più profondi e dettagliati rispetto a quelli fatti anni fa. Eppure tutti questi cammini non hanno portato cambiamenti significativi sia a livello di chiesa che a livello sociale. Sono aumentate l’indifferenza e la chiusura, le divisioni e il non rispetto per le persone, l’arrivismo e il potere. Tutto questo conoscere, di per sé  buono,  non è diventato il pane quotidiano.
    Mentre il piacere è il motore della persona, perché gli permette di vivere e di amare senza essere un frustrato e un insoddisfatto, il conoscere è il motore della storia che ha permesso all’uomo di scoprire sempre nuove realtà e di diventare una storia di salvezza. E’ un pane fondamentale sia a livello materiale che spirituale. Senza il conoscere ci chiudiamo in noi stessi e non permettiamo al nostro io di incontrare altre persone, di creare realtà nuove, di attuare cambiamenti sia a livello umano che spirituale.
        Il pane quotidiano che con insistenza si chiede nel Pater è il pane che ha fondamento in Dio stesso: è l’Amore Agape, l’Amore che crea comunione che si inserisce nel nostro piacere e nel nostro conoscere rendendo queste due realtà fondamentali della vita umana non come realtà sterili, individualistiche, ma capaci di portare in sé un bene comune che unisce.
    E’ nella preghiera di Gesù che si trova il vero senso del pane quotidiano:

“Perché tutti siano una sola cosa come tu Padre sei in me e io in te siano anch’essi in noi perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv. 17,21).

    Questo pane-Agape passa attraverso la persona di Gesù, anzi si identifica in Gesù stesso:

“Io sono il Pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti: questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”. (Gv. 6,48).

    Mangiare questo pane-Agape non porta a una relazione individualistica io-Gesù che è deleteria per un cammino di fede, ma ad una  comunione. La relazione di comunione è quel pane quotidiano di cui abbiamo tremendamente bisogno sia a livello umano che spirituale. Solo questo cammino sarà capace di trasformare il nostro desiderio umano di piacere e di conoscere in una realtà nuova dove la persona con tutte le sue potenzialità sessuate e conoscitive realizzerà pienamente se stessa in una armonia di Amore-Comunione.
   

    Nel salutarvi vi auguriamo di sognare ancora delle realtà belle e nuove per la vostra vita personale, di coppia, di amicizia e per i vostri percorsi spirituali.

  Buona estate e a presto.

        Don Gianni e Milva

25 maggio 2011

25 maggio 2011

Carissimi,
con questa lettera riprendiamo le riflessioni sul Pater approfondendo la frase: “sia fatta la tua volontà”.
Alcuni mesi fa siamo rimasti stupiti per il comportamento di una superiora di un ordine religioso che ha sollevato una suora da un impegno in una comunità affidandogliene un altro totalmente diverso, molto riduttivo ed estraneo al carattere di quella suora, procurando un’enorme sofferenza nella comunità e nella suora stessa. Questa modalità impositiva sia che sia attuata negli ambiti religiosi, sociali o familiari crea sempre sofferenza e impedisce alle persone di crescere perché per molti anni si soffermeranno sulle ferite subite piuttosto che progettare cose nuove a beneficio di tutti.
La preghiera che Gesù fa nel momento drammatico dell’orto degli Ulivi: “Padre, se vuoi allontana da me questo calice! Tuttavia non si fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc. 22,42) è preceduta da una scelta precisa di amore di fronte alla proposta fatta dal Padre suo. E’ questa scelta di amore che ha spinto Gesù, Figlio di Dio, ad acconsentire a donare la vita per l’umanità intera.
Quando si dimentica questa modalità di amore, si diventa autoritari provocando dolore e sofferenza.
Nel nome dell’obbedienza si sono umiliate, distrutte dignità e progetti di persone e comunità.
Quando l’istituzione di qualsiasi tipo passa davanti al bene della persona distrugge invece di creare.
Per bene della persona non si intende un bene egoistico, di comodo, ma un bene che tenga conto dell’essere della persona, delle sue risorse e delle sue capacità e anche di un tempo per trasformare le proposte fatte interiorizzandole con amore.
La volontà di Dio è sempre una volontà liberatoria, di risurrezione. E’ una volontà perchè la persona sia libera da ogni forma di male; le guarigioni che Gesù ha effettuato sono segno di questa volontà del Padre.
Perché si attui la “volontà” nello spirito del vangelo è necessario che ci sia una relazione di amore. Accettando questo si rifiuta ogni imposizione autoritaria nella relazione di coppia, genitoriale o all’interno delle comunità religiose. Si rifiuta anche, all’opposto, il disinteresse, la svalutazione o la manipolazione che costringono l’altro a fare delle cose per sensi di colpa. Specialmente nelle persone più sensibili fare la volontà di altri per sensi di colpa porta alla morte interiore, perché impedisce di crescere e di responsabilizzarsi. Anche un’educazione fondata sul negativo, sul male visto dappertutto non può aiutare un ragazzo o un adulto a fare delle scelte con serenità e gioia, perché sarà sempre pauroso e insicuro e non sarà in grado di fare la “volontà” di Dio. Anche un’educazione priva di orientamenti morali dove è permesso tutto e il contrario di tutto, dove bene e male, luce e tenebre, buono e cattivo si mescolano e diventano insignificanti, anche in questo caso è impossibile fare una volontà che sia di risurrezione e liberatoria per la persona perché le sue scelte non saranno mai libere e autentiche, ma condizionate dal caos interiore.
E’ interessante come nel primo capitolo del libro della Bibbia, la Genesi, Dio crea armonia tra opposte situazioni: luce e tenebre, sole e luna, acqua e terra, animali e uomo, maschio e femmina, Adamo ed Eva. L’armonia tra opposte diversità è segno di una volontà di Dio. E’ nell’attuare l’armonia che si gioca oggi la possibilità della convivenza tra i popoli.
La chiesa stessa guardando a quello che ha operato Dio nella storia è invitata a agire con armonia in un mondo che crea sempre più disarmonia a causa di un’accentuazione delle differenze sia sociali che religiose.
Se la Chiesa non si porrà in modo diverso correrà il rischio di essere cancellata da molti paesi.
Dove sta la novità del messaggio evangelico?
E’ il cercare di coniugare attraverso l’amore di Gesù con il dono dello Spirito, situazioni che possono sembrare impossibili da mettere insieme come è avvenuto nelle prime comunità cristiane. Mettere insieme schiavi e liberi, ebrei e greci, uomini e donne era davvero fantascienza, eppure questo si è realizzato e nessuno ha perso la propria identità, ma si è trovato un modo nuovo di vivere insieme. Se la Chiesa oggi non cambia le modalità troppo verticistiche e maschilistiche corre il rischio di non creare all’interno un’armonia ma disunione sempre più profonda senza vivere in questo modo quella volontà di Dio che è di unire anziché di emarginare.
Il cristiano dovrebbe essere  maestro di unità e di armonia perché questo lo ha imparato dal suo Signore. Anche a livello personale “fare la volontà di Dio” è cercare di armonizzare corpo e spirito, pulsioni diverse del proprio carattere per realizzare un’ “unità” che permetta di vivere in modo armonioso e continuativo senza avere delle modalità di comportamento diverse a seconda dove mi trovo. A livello di coppia perché si realizzi la “volontà di Dio”  è necessario che si coniughi la ricerca costante dei singoli componenti rispetto alla propria specificità con la disponibilità ad accogliere l’altro per quello che è unito all’essere un interlocutore significativo perché ciascuno possa realizzare pienamente le proprie potenzialità. La risultante di questa reciprocità crea l’unità e l’unicità della coppia. Anche tra le varie chiese cristiane vale la stessa cosa, altrimenti la contrapposizione avrà il sopravvento e l’unità tra i cristiani resta una chimera desiderata sulla carta o a parole ma che non si realizzerà mai.
Bisogna avere il coraggio di ripensare cose nuove, creare armonia nelle differenze e non aver paura di queste differenze senza arroccarsi nei propri ambiti. Non saranno i teologi a creare unità tra le varie chiese ma persone capaci di armonizzare e di creare unità tra loro al di là delle varie divisioni. 

Con amicizia e affetto vi salutiamo. A presto

       Don Gianni e Milva

25 marzo 2011

Carissimi,
 la primavera avanza trasformando l’ambiente che ci circonda e colorando in modo stupendo e meraviglioso prati, boschi e alberi da frutto.
 Ogni anno si rinnova questa meraviglia nel silenzio e nella discrezione diventando un segno così diverso dai nostri modi di fare di oggi che, finalizzati all’ apparire, non possono fare a meno di interviste e di televisione, situazioni lontane dalla bellezza e stupore.
 E’ contemplando questa natura che sempre di più desideriamo il silenzio e la discrezione nel nostro cuore cercando di lavorare su noi stessi per superare l’inverno dello spirito fatto di apparenze, superficialità, supponenze, egoismi, grettezze per far fiorire anche in noi quell’amabilità che diventa tenerezza e amore e che non ha bisogno né di pulpiti e né di televisione.
E’ una natura che vuol regnare ed essere presente per l’uomo nella sua armonia e bellezza a diversità dei nostri regni che sovente costruiamo fatti di piccoli o grandi poteri che difendiamo atrocemente e che diventano dannosi per le persone che ci stanno accanto. Ed è proprio traendo spunto da queste osservazioni che la nostra lettera vuol proporre una riflessione sulla frase del Pater che dice: “venga il tuo regno”.
Ci auguriamo che queste riflessioni possano scendere nel vostro cuore per aiutarvi a conoscere sempre di più il grande amore che Dio ha per ciascuno di noi e la bellezza del  vivere e del relazionarci con l’altro.
Il desiderio di possedere e di regnare sull’altro è così radicato in noi che se non si sta attenti può rovinare non solo relazioni molto profonde, quali possono essere quelli tra un marito e una moglie, tra amici o relazioni all’interno delle comunità religiose, parrocchiali e sociali, ma anche la stessa relazione con Dio.
Con la scusa che si vuole amare si può soffocare l’altro con una modalità che gli impedisce  di crescere e di trovare una propria identità, di diventare autonomo.
Il desiderio di avere a nostra disposizione “un regno forte” è stato richiesto dal popolo ebraico a Dio perché era stanco di dover subire vessazioni e soprusi dai popoli che lo circondavano pensando che in questo modo avrebbero risolto i loro problemi; tuttavia ben presto si accorsero che i loro re avevano costruito regni di ingiustizia e di violenza. Con il crollo della monarchia davidica nel 587 a. C. e la deportazione degli ebrei a Babilonia si spense il sogno che i re di Israele instaurassero quel “regno di Dio” portatore di pace, giustizia e verità.
Gli apostoli stessi al seguito di Gesù pensavano che il Messia avrebbe instaurato un regno sullo stile del re Davide. Pensiamo che la delusione che ne seguì con la morte di Gesù in croce sia stata tremenda poiché fece crollare tutti i loro sogni; eppure nelle parole di Gesù troviamo le basi per qualcosa di completamente nuovo, per far sì che i rapporti tra le persone siano diversi. Ma che fatica capire questo! La testa degli apostoli era proprio dura, non solo la loro, ma anche quella dei loro successori non fu da meno quando lungo i secoli fino ad oggi tentarono in vario modo di acquistare potere, onori, privilegi. I risultati furono sempre gli stessi: un disastro.
Dove sta allora la novità del “Regno di Dio”?
Sta nella centralità della persona che ama con la modalità dell’Amore di Gesù: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati” (Gv. 15, 12)
Questo Regno di Dio parte dall’individuo e dalla sua capacità ad amare e si allarga a macchia d’olio unendo altre persone attraverso legami fraterni che creano comunione di cuori. Per poter far questo è necessario che ognuno rinunci ad essere al centro di tutto, ad essere il primo e il più importante. Questo è difficile da realizzare perché il voler regnare sugli altri è più forte di noi.
E’ vivendo la prima beatitudine: “Beati i poveri per lo spirito perché di essi è il regno” (Mt. 5, 3) che permetteremo al mondo che ci sta attorno di percepire e di vivere delle modalità che non nascono dal potere e dal possesso, ma dall’aiutare il singolo e le persone che ne vengono a contatto a sentirsi libere, accolte, sostenute e accompagnate nei loro percorsi, capaci di prendersi per mano e di sostenersi concretamente sia nelle piccole che nelle grandi difficoltà della vita. Sono questi percorsi che permettono di sperimentare quanto sia bella la fraternità evangelica e quanto sia bello essere Chiesa. Questo modo di essere Chiesa non ha paura del mondo di oggi e di confrontarsi con persone di altre religioni o credi perché porta in sé una vitalità che non nasce dall’apparire ma da una relazione tra le persone che permette ad ognuno di essere pienamente se stesso. E’ una modalità che non vuol convertire ma che desidera testimoniare un amore che si fa dono, misericordia e tenerezza. “Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come tu hai amato me”(Gv. 17, 23)
E’ da questa nuovo modo di porci con gli altri che avverranno dei cambiamenti radicali nella nostra vita o nei nostri ambienti.
 Nella preghiera di Gesù del Pater questo “venga il tuo regno” è una richiesta pressante che Gesù fa al Padre suo, che sia Lui a creare nel cuore delle persone modalità nuove.  I suoi apostoli ma anche tutti noi continuiamo a cercare sempre i primi posti, a desiderare raccomandazioni umane e spirituali, a volere a tutti i costi di essere i più bravi e i primi; tutte modalità che l’uomo porta dentro di sé e che soltanto lo Spirito di Dio potrà illuminare l’intimo facendo scaturire il desiderio di un amore che crea attenzioni all’altro. Certamente più le strutture famigliari, sociali, ecclesiali sono verticistiche e rigide e più è difficile realizzare questo “venga il tuo regno”.

Uniti da questo spirito che crea legami affettivi, amicali, fraterni vogliamo invitarvi a vivere questo periodo come preparazione ad un cambiamento radicale della nostra vita. E’ un invito ad uscire dai nostri sepolcri fatti di grettezze, di egoismi, di chiusure e di rivalità per poter sperimentare modalità nuove di rapporto che creino gioia, serenità e pace.

Un caro abbraccio e a presto.


       Don Gianni e Milva

25 aprile 2011

Carissimi,

 in questi giorni c’è stata un’esplosione di primavera: mille colori hanno avvolto le montagne con i suoi prati, con i suoi boschi e con i suoi frutteti. Sole, luce, calore hanno fatto sì che tutto si risvegliasse in una relazione d’amore. Gli stessi uccelli con le loro infinite melodie partecipano a questa armoniosa bellezza del creato. Guardando estasiati il panorama che ci attornia non ci stupiamo nel pensare che una volta le persone che abitavano questi luoghi lavoravano cantando e portavano in sé una grande serenità.
 Contemplando questa bellezza della natura ci siamo chiesti: “Dov’è la vita?”: nel nostro correre affannoso, nel ricercare in modo forsennato nuovi guadagni, nel vivere agiatamente o nel cercare qualcos’altro che forse abbiamo dimenticato?
 L’affermazione di Gesù: “Io sono la Vita” è così bella e affascinante che suscita emozioni profonde fin nell’intimo del cuore. Essa si addice molto bene al giorno di Pasqua e vuole arrivare ad ogni uomo, senza fermarsi ai soli credenti.
Cercheremo brevemente di capirne la bellezza e il significato. Nei primi capitoli del libro della Genesi è descritto molto bene che Dio dona la vita agli esseri viventi e in modo particolare all’uomo: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”.
 E’ questo essere creati a sua immagine che ha proiettato l’uomo nella Vita. Non siamo a sua immagine nella fisicità, perché troppe sono le imperfezioni materiali che ci sono state trasmesse e perché quotidianamente ci rendiamo consapevoli dei nostri limiti. Non siamo a sua immagine nella perfezione, perché molte volte siamo un disastro e causiamo sofferenze a noi e agli altri; non siamo a sua immagine nella durata della vita biologica, perché viviamo un tempo limitato che per molte persone è molto breve a causa della malattia, dell’incuria o della fame.
 Noi siamo a sua immagine nella relazione: Dio è relazione d’Amore. Il nostro Dio non è chiuso su se stesso, autocentrato, che gode della sua perfezione, ma è un Dio che esplode di Amore e di Relazione.
Tutta la creazione è una relazione; senza relazione non ci sarebbe Vita.
L’uomo stesso, nella sua evoluzione, è cresciuto ed è diventato sapiens perché ha saputo sempre di più relazionarsi all’interno della specie.
E’ ancora questo Dio, che è Relazione-Amore, che ha spinto se stesso ad aprire il suo cuore all’uomo con la rivelazione di sé. Non si è accontentato di aver creato uomini capaci di coltivare la terra, di costruire città, di solcare il mare, di scoprire realtà sempre nuove, di conquistare nuovi mondi, di diventare super tecnologici, ma ha desiderato di comunicare la sua Vita, il suo intimo. Questo tipo di Vita-Comunione non poteva essere comunicato da un uomo, ma solo da qualcuno che ne avesse fatto un’esperienza diretta, e questo qualcuno è stato Gesù di Nazareth, il Figlio unigenito del Padre.
Riusciamo allora a capire perché Gesù proclama: “Io sono la Vita” perché lui, il Signore, vive ed è intimamente quella Vita che è relazione d’Amore e di Comunione che dopo la Pasqua e la Pentecoste diventerà possibile anche per gli uomini viverla.
I vangeli raccontano di molte guarigioni operate da Gesù: dona la vista ai ciechi, guarisce i lebbrosi, fa camminare gli storpi, fa udire i sordi, dona la vita a persone morte.  Sono tutti segni liberatori, preparatori ad accogliere la vera Vita.
E’ nel capitolo sesto di Giovanni che troviamo il senso di questa Vita che ci viene donata: “Io sono il pane della Vita”. E’ un pane, il suo corpo, che viene donato, spezzato. Questa affermazione avviene dopo che cinquemila persone hanno mangiato di un pane che è stato moltiplicato e questo è stato reso possibile perché un ragazzino ha messo a disposizione i suoi pani e i suoi pesci che dovevano servire per lui.
E’ da questo pane spezzato e da questo sangue versato che nasce la Vita.
Tutto ciò passa attraverso la relazione di amore e di gratuità con il Signore che ha voluto essere vicino all’uomo nella sua fragilità e nei suoi limiti. La società di oggi fa fatica a cogliere l’insieme del tutto perché si sofferma tante volte sui particolari, senza mettere in relazione le persone o le cose. L’intervento di Dio nella storia è proprio quello di aiutare l’uomo a capire il tutto attraverso il cammino di relazione.
Si è orgogliosi di far nascere i bambini e di distribuire tante pappe, ma non sempre ci si premura della relazione che può intercorrere tra le varie persone coinvolte in una nascita. La Vita non è far nascere, non si riduce puramente a un fattore biologico, la Vita è creare legami di comunione. Così pure si può lottare per la vita in gruppi molto organizzati, ma non è detto che all’interno di questi gruppi ci sia la Vita-Comunione; oppure si cerca di prolungare a tutti i costi la vita biologica, dimenticando che la vita biologica è solo un aspetto e che bisogna saper cogliere la vita personale nel suo insieme e soprattutto alimentare una Vita-Comunione e di relazione con se stessi e con le persone che ci stanno accanto.
Tutte le realtà imposte sanno di morte e non di vita, se ci impongono centrali nucleari, se ci impongono un’industrializzazione dell’acqua, se ci impongono modalità di comportamenti corrotti o mafiosi, se ci impongono leggi che non sono più a tutela della comunità, ma a beneficio di pochi: tutto questo parla di morte e non di Vita.
Anche tanti silenzi della Chiesa sanno di morte e non di Vita: silenzi di fronte alle torture perpetrati da governi dittatoriali che ufficialmente volevano difendere la Chiesa ma che in realtà eliminavano tutte le persone che cercavano giustizia (vedi Cile, Argentina, Guatemala, Salvador…).
Silenzi che continuano ancora oggi di fronte a leggi ingiuste.
Si è Vita quando si aiutano le persone a relazionarsi con amore, a creare legami di comunione con sé e con gli altri, sia che queste persone siano piccole o grandi, sane o ammalate, mariti o mogli, credenti o non credenti. Al contrario, quando si impongono scelte non rispettose delle persone, quando non si è capaci di vedere nel suo insieme ma ci si sofferma su piccoli particolari, che siano personali o sociali, allora si creano aborti di relazione, allora in quei contesti regna la morte e non la Vita. Non basta offrire delle cose che possono essere cibo, vestiti, soldi, costruzione di edifici, accoglienza di immigrati, costruire ospedali o lebbrosari in terre di missione per dire a noi stessi che abbiamo lavorato per la Vita, perché tutte queste cose sono delle belle cattedrali nel deserto ma affinché diventino Vita, è indispensabile che  nascano da una relazione di comunione con il territorio, tra le persone e nelle comunità stesse e allora diventeranno piene di Vita e dureranno nel tempo.
L’augurio che vi rivolgiamo è che voi possiate essere persone amanti della Vita non perché fate delle cose meravigliose ma perché il vostro cuore è un albero grande sotto le cui fronde tante persone possano riposare, riprendere forza e coraggio e contemplare la vostra disponibilità ad accogliere, ad ascoltare e a sorreggere.

Vi auguriamo Buona Pasqua di cuore.

       
       Don Gianni e Milva

25 febbraio 2011

Carissimi,

 il manto di neve ha coperto più volte il frutteto, il bosco e l’orto; tutto è avvolto da una coltre bianca: è un magnifico piumino che fa riposare la madre terra. Guardando questo spettacolo stupendo ci si commuove pensando che dopo il sonno dell’inverno tutto incomincerà nuovamente a germogliare, a fiorire, a crescere e a portare frutti.
 In questa società in cui per forza bisogna correre per produrre e per consumare, non si ha più tempo per contemplare il dono stupendo che è la natura. Quando poi pensiamo alla violenza che si fa alla natura, ammorbandola con veleni (prodotti del nostro consumismo) che saranno smaltiti tra centinaia o forse migliaia di anni, ciò rattrista il cuore.
 Questa madre terra oggi ha bisogno più che mai di persone che se ne prendano cura, che la proteggano dalla violenza della società attuale.
 I nostri ritmi, a causa dell’inverno e in modo particolare della neve, sono un po’ diminuiti a beneficio di un maggior silenzio, di una maggior preghiera e di una ricerca di maggiore essenzialità. Di tutto questo ne ha tratto beneficio il nostro cuore che è ancor più sereno.
 Continuando la nostra riflessione sul Pater, desideriamo in questa lettera soffermarci sulla frase: “sia santificato il tuo nome”.
 E’ bello quando qualcuno ci chiama per nome. Possiamo trovarci in mezzo a una grande folla, ma sentire che qualcuno ci chiama, chiama proprio noi, sottolinea la nostra unicità, riafferma che non siamo massa, che possiamo avere relazioni con qualcuno che ci riconosce e ci considera per quello che siamo. Questo chiamare per nome è ancora più significativo all’interno delle nostre famiglie, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici.
Il nome porta in sé una storia di vita e non lo si può ridurre a semplici funzioni quali: padre, madre, figlio, dottore, prete…Molte volte si sente dire: “Vai da tuo padre o madre, sono andato dal prete, dal dottore, dal meccanico…” tutte frasi che indicano la funzione, ma non la relazione; è dicendo il nome della persona che indichiamo quale relazione abbiamo con essa, in bene o in male. Nel rapporto di coppia prima ci sono i nostri nomi, che sono l’espressione della nostra storia, del nostro evolvere, che portano in sé tutta quella carica affettiva e di amore che ha permesso alle persone di incontrarsi, di unirsi, di progettare delle cose insieme e di aprirsi alla vita. Quando le relazioni si riducono alle funzioni genitoriali vuol dire che il rapporto di coppia è già morto, perché lo specifico di ciascuno, che ben viene espresso dal nome proprio, passa sul sottofondo rispetto ai ruoli genitoriali che definiscono una parte limitata e circoscritta della persona stessa (sono madre o padre di..). Se non coltiviamo, nella continuità, il nostro essere più profondo che ci aiuta a definirci in maniera dinamica non potremo mai dare piena espressione di quello che siamo e che il nostro nome dovrebbe rappresentare e quindi men che meno essere interlocutori attivi e propositivi all’interno del rapporto di coppia, di amicizia e di amore.
Il nome porta in sé una dinamicità di vita.
Il nome è inscindibile dal nostro vissuto; pronunciato in questo momento, non è più uguale a quello pronunciato mesi fa.
Molte volte quando degli amici si incontrano dopo molti mesi o anni ricordano i fatti vissuti insieme nel passato, dimenticando che essi non sono più quelli di allora ma che il tempo e gli avvenimenti li hanno modificati. Quando si divide il nome dall’evolversi della vita non si riesce a capire pienamente l’altro; questo avviene anche nel rapporto genitori – figli. Quando “Paolo” rimane sempre il “mio bambino” di cui devo occuparmi, anche se “Paolo” ha 14, 18 o 30 anni, non riusciremo a dare pieno significato al suo nome e alla sua vita perché la relazione con “Paolo” non esprime conoscenza, capacità di riconoscere, valorizzazione, ascolto ma rimane solo e sempre una relazione accuditiva che presuppone che chi cura sa quali siano i bisogni e le necessità di “Paolo”, provocando una castrazione nell’evoluzione del figlio.
Nella relazione con Dio noi non riusciremo mai a pronunciare pienamente il suo Nome perché non possiamo conoscere la sua essenza, la sua intimità, solo Gesù, il suo Figlio amatissimo, ci ha dato la possibilità di conoscerlo:

“Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato”      (Gv. 1, 18)

Riusciamo a cogliere le meraviglie del suo Nome quando, sulla scia delle indicazioni date da Gesù, riusciamo a capire che lui è Amore. Noi non ti conosciamo, o Dio, e non conosciamo il tuo Nome, la tua Essenza ed Intimità, ma attraverso tuo Figlio Gesù ci hai fatto conoscere chi sei: un Amore che crea comunione, che libera, che dà dignità.
E’ nella notte di Pasqua che il popolo ebraico conobbe il Nome di Dio perché si rivelò come Colui che prese quelle povere tribù schiave del faraone per liberarle, elevarle a una dignità impareggiabile perché avrebbero custodito e annunciato la sua parola e a condurle alla Terra Promessa:

“Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele.” (Es. 3, 7-8)

Così Gesù nella sua Pasqua manifesta il suo nome come liberatore, non solo di un popolo ma dell’umanità intera, e non solo come liberatore da una persona quale era il faraone ma dal male più profondo del cuore dell’uomo come ben descrisse il profeta Ezechiele:

“Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati; io vi purificherò da tutte le vostre sozzure e da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez. 36, 24-26)

Questo annuncio descritto sia nel libro dell’Esodo che nel libro di Ezechiele e realizzato da Gesù con la sua morte e risurrezione, ci dona la certezza che ciascuno di noi, oltre ai mali che lo circondano, può passare attraverso le proprie fatiche e i propri limiti per potersi innalzare su posizioni che annunciano libertà e orizzonti nuovi tutti da vivere perché Gesù morendo scende fino agli inferi, passando attraverso il male per aprirne le porte,  e risorgendo  ci innalza alla Vita per sempre. Forti di questo grande dono, noi siamo chiamati a percorrere, nel nostro piccolo, questo cammino, che Gesù ha fatto per tutti, e che ciascuno di noi è chiamato a fare per sé e a diventare testimoni che ciò è possibile per chi ci sta intorno.
E’ in un cammino liberatorio che conosceremo il Nome di Dio e, nello stesso modo, anche il nostro nome e il nome delle persone che ci stanno accanto.
Ed allora quando amiamo con l’amore gratuito di comunione, che è proprio di Dio, rendiamo santo, cioè perfetto, ciò che facciamo, anche la più banale o semplice delle nostre azioni.
L’Amore che esprime l’intimità del Nome di Dio viene manifestato nella sua bellezza e quindi è reso santo quando nella nostra vita, come singolo, come coppia, come famiglia o come comunità, realizziamo un cammino liberatorio che ci permette di vivere con amore creando attorno a noi pace, giustizia, consolazione, semplicità, purezza di cuore.
Questa riflessione ci ha aiutati a comprendere ancora di più quanto sia bello il nome di ciascuno di voi tanto che in questo momento avremmo desiderio di pronunciare il vostro nome con la pienezza di significato appena descritta.

Vi auguriamo un buon inizio di cammino quaresimale e vi salutiamo con l’affetto di sempre.

       Don Gianni e Milva

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